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Rassegna Stampa - L'Argomento di Oggi 2010-02-13

66.161 i detenuti nelle carceri italiane (dato aggiornato al 16 febbraio 2010)

Ospedali psichiatrici giudiziari in Italia: 6 Presenze totali: 1829 di cui 156 stranieri

Capienza tollerata 955

Detenuti ricoverati per reati contro la persona: 65%

Mai così tanti detenuti in Italia

Spazi sempre più stretti e condizioni di vita ancora più difficili. L’asticella dell’intolleranza della vita in cella sale ancora più in alto, superando quota 66mila.

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2010-02-13

 

I NUMERI

66.161 i detenuti nelle carceri italiane (dato aggiornato al 16 febbraio 2010)

Ospedali psichiatrici giudiziari in Italia: 6 Presenze totali: 1829 di cui 156 stranieri

Capienza tollerata 955

Detenuti ricoverati per reati contro la persona: 65%

 

12 Febbraio 2010

L'EMERGENZA

Mai così tanti detenuti in Italia

Spazi sempre più stretti e condizioni di vita ancora più difficili. L’asticella dell’intolleranza della vita in cella sale ancora più in alto, superando quota 66mila. Al 12 febbraio, le persone detenute all’interno delle carceri italiane erano 66.161, stipate in spazi pensati per accogliere poco più di 44mila persone. Spazi che, con un po’ di "elasticità", possono accoglierne al massimo circa 64mila. Oggi siamo oltre il tollerabile. La denuncia arriva dal centro studi "Ristretti Orizzonti" del carcere di Padova: "In 15 mesi i detenuti sono aumentati di 10mila unità", commentano i ricercatori del Due Palazzi.

Ma il dato più impressionante, osservando i dati del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, è dato dai 30.111 detenuti ancora in attesa di giudizio (poco più del 40% del totale). Una quota che nel Lazio schizza addirittura al 50%, denuncia il Garante dei diritti dei detenuti, Angiolo Marroni. All’8 febbraio, i reclusi negli istituti laziali erano 5.882 (1.284 in più rispetto alla capienza regolamentare). Fra questi, quelli in attesa di sentenza definitiva erano 2.942.

"Oggi è record nazionale - attacca Luigi Manconi, presidente dell’associazione "A buon diritto" e già sottosegretario alla Giustizia-. E ciò si deve all’attività indefessa e allo spirito di abnegazione del ministro Alfano e del capo del Dap Franco Ionta, ai quali va il pensiero grato dei detenuti, degli agenti di polizia penitenziaria e di tutto il personale che il sovraffollamento costringe a condizioni di vita e di lavoro intollerabili".

Un’impennata che, di fatto, annulla buona parte dei benefici che verrebbero portati dal "Piano straordinario per l’edilizia penitenziaria" che prevede la costruzione di nuove carceri e l’ampliamento di quelle esistenti. "Metà del 20mila posti previsti da Ionta sono, di fatto già occupati", commenta Francesco Morelli di "Ristretti Orizzonti". Quando nel novembre 2008 si iniziò a parlare di "Piano carcere", i detenuti presenti erano circa 56mila; i 20mila nuovi posti avrebbero permesso di ritornare a un indice di affollamento in regola con le normative vigenti, portando la capienza regolamentare a circa 64 mila unità. "In soli dodici mesi - contestano da "Ristretti Orizzonti" - metà del lavoro previsto dal Piano carcere, 750 milioni di euro, risulterebbe praticamente spesa per non risolvere affatto la situazione". "I problemi della giustizia non sono le poche carceri o la lentezza dei processi - commenta il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni -. Il nodo è una legislazione che punisce ogni reato con il carcere. Ciò che serve è un cambiamento di rotta, soprattutto a livello politico".

Gli ingressi aumentano costantemente, mentre la concessione di misure alternative è quasi azzerata. Se i tassi di crescita della popolazione detenuta non cambieranno, denunciano da Ristretti Orizzonti, tra un anno l’intero progetto sarà annullato: "Un miliardo e 500 milioni di euro sborsati per ritrovarci al punto di partenza".

Ma il piano carceri torna al centro del dibattito anche per il suo legame con il disegno di legge sulla "Protezione civile SPA". All’interno del testo, infatti, è stato inserito un emendamento che assegna al direttore del Dap, Franco Ionta, poteri speciali per le carceri. "In quell’emendamento - osserva Patrizio Gonnella, presidente di "Antigone" - si assegnano a Ionta poteri straordinari in termini di velocizzazione delle procedure di gara e secretazione delle gare stesse, per accellerare la costruzione di nuovi penitenziari". In altre parole: niente gare d’appalto e libertà assoluta nella scelta dei committenti. "Un rischio da scongiurare assolutamente", conclude Gonnella, ricordando la vicenda delle carceri d’oro.

Ilaria Sesana

 

 

 

 

 

 

13 Febbraio 2010

INTERVISTA

Ardita (Dap): "Più lavoro e meno attesa per il giudizio"

Può sembrare strano, ma per uscire davvero dal carcere (cioè per non tornarci più) bisognerebbe restarci per un periodo idoneo a imparare un mestiere o a rapportarsi con la società. Sebastiano Ardita, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento amministrazione penitenziaria, sintetizza il concetto con la formula "stabilità della detenzione". Una stabilità che oggi non c’è. Le prigioni italiane scoppiano, ma hanno le porte girevoli: troppo spesso si entra e si esce nel giro di pochi giorni. E dopo un po’ si rientra e poi si riesce... Una triste giostra che sta per andare in tilt.

È stata sfondata quota 66mila. Di questo passo, quando saranno pronti, i circa 20mila posti in più previsti dal piano straordinario non basteranno...

Certo, è fin troppo evidente che la logistica non basta a risolvere e il problema. Occorre un’azione su molti piani. In primo luogo serve un approccio di tipo normativo, che serve a comprendere che cosa il carcere deve "coprire" come spazio di sicurezza e di repressione. È utile riflettere su un dato: in Italia, la metà circa degli arrestati esce dal carcere in meno di un mese. In questo senso, con la costruzione di nuove strutture, noi abbiamo un’opportunità che non abbiamo avuto in passato.

Quale?

In passato abbiamo adeguato vecchie strutture alla nuova realtà della popolazione penitenziaria: l’85% del nostro patrimonio immobiliare carcerario è formato da costruzioni antecedenti al 1800, penso a Regina Coeli, a San Vittore, a Poggio Reale. È arrivato il momento di disegnare la detenzione del futuro.

Lei come se l’immagina?

Si potrebbe dividere il carcere in due grandi realtà: l’area dell’"accoglienza" per coloro che, a causa di un fenomeno di disfunzione del sistema penale, entrano e stanno pochi giorni; l’area del "trattamento" vero e proprio per tutti gli altri.

Ha parlato di "disfunzione del sistema penale". Vuole dire che molta gente finisce in cella inutilmente?

È chiaro che, a monte, si dovrebbe pensare a interventi normativi in grado di mettere fine alla detenzione "di flusso". Ma questo compito non spetta a noi dell’amministrazione penitenziaria. Il Parlamento può, ma ormai da anni si va affastellando una legislazione penale basata solo sulla repressione e sulla dissuasione sociale.

Nel Lazio, il 50% dei detenuti è in attesa di giudizio.

Molte volte anche in attesa di misure confermative della custodia cautelare... Appunto. Abbiamo un sistema penale che non garantisce né sicurezza né trattamento.

Così, per molti, il carcere diventa solo un posto dove farla finita.

Purtroppo. I suicidi sono tanti, sono troppi comunque. Anche se negli ultimi 10 anni la media è calata, scendendo sotto l’1 per mille. Nel 2009 è stata di 0,8 ogni mille detenuti: 58 suicidi. In ogni caso troppi, ripeto. Il carcere non può, non deve condurre alla morte. Mai.

Lei ha presieduto la commissione d’indagine del Dap sulla morte di Stefano Cucchi. Che idea si è fatto di quell’assurda tragedia?

Il giudizio sulle responsabilità potranno darlo soltanto i magistrati. Noi, con il massimo rigore, abbiamo riscontrato, segnalato e modificato diverse cose che non andavano sul piano organizzativo.

Il tasso di recidiva tra i detenuti che lavorano è molto inferiore rispetto a quello dei reclusi che non fanno niente. Ma quanti sono?

I lavoratori presso ditte esterne, per lo più cooperative sociali o aziende private, sono meno di 2mila. Si tratta di dipendenti a tutti gli effetti, con busta paga e applicazione dei contratti collettivi nazionali. Poi ci sono 10-12mila che svolgono servizi interni, finanziati con i fondi del Dap: pulizie, minuta manutenzione dei fabbricati, spesa. È una condizione meno qualificante del lavoro esterno, ma aiuta a ritrovare l’autostima.

Perché è così difficile far decollare progetti formativi dietro le sbarre?

Il presupposto è proprio la stabilità della detenzione. Oggi, su 66mila presenti, abbiamo una larghissima fetta di persone che transitano per pochi giorni, al massimo per pochi mesi. Poi c’è una fetta minoritaria di detenuti più stabili, ma per lo più sono soggetti classificati come pericolosi per aver commesso reati gravi, per esempio di mafia. In questi casi esistono vincoli normativi al trattamento, dettati da esigenze di sicurezza e di prevenzione. Resta infine una porzione di qualche migliaio di detenuti, per la quale la speranza di recupero è maggiore.

Danilo Paolini

 

 

 

 

26 Febbraio 2010

OLTRE LE SBARRE

Sui terreni dei boss nasce

la speranza per i detenuti

Cariddi era il mitico mostro a tre teste guardiano dello Stretto sul versante siculo che divorava navi e naviganti. Dieci anni fa sulla punta più occidentale della Sicilia, che ora si chiama Capo Peloro, un gruppo di giovani di Messina, provenienti in larga parte dall’Azione Cattolica e dall’associazionismo, hanno iniziato a ripulire la spiaggia diventata una discarica abusiva. Innamorati della loro terra questi ragazzi hanno scelto di rinunciare a fare i "cervelli in fuga" e sono rimasti nella loro terra per fare impresa sociale in nome della legalità.

Così hanno creato prima la Fondazione Horcynus Orca, poi la cooperativa Ecosmed, quindi un consorzio di cooperative sociali, Sole. Da pochi giorni, da quell’esperienza è nata la prima Fondazione di comunità siciliana, finanziata dalla Fondazione per il Sud, che partirà con un progetto che utilizzerà la green economy per dare lavoro e inserimento sociale a 56 detenuti dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto.

Il finanziamento della Fondazione toccherà i 2,5 milioni. E la Cassa ammende del ministero di Giustizia pagherà altri 2 milioni per liberare internati e reinserirli entro fine anno. Nasce così a Messina il primo distretto nazionale di welfare evoluto. Tra gli altri partner del consorzio messinese, la unità sanitaria locale, Confindustria Messina, il consorzio Cgm, Caritas Italiana e Banca Popolare Etica. L’idea di fondo è che la luce e la natura di questo bellissimo angolo d’Italia potessero compiere un miracolo.

"Il reo folle è, tra gli italiani, l’ultimo tra gli ultimi – spiega Gaetano Giunta, 50 anni, direttore della Fondazione di comunità – infatti ha il doppio stigma del malfattore e del pazzo. Per loro il reinserimento e le alternative alla detenzione sono rari".

"Luce è libertà" è il nome del progetto perché prende l’energia solare per aprire le sbarre.

"È un progetto innovativo – prosegue Giunta – che si propone l’obiettivo della reintegrazione sociale e lavorativa di 56 internati dell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. La metodologia è rivoluzionaria: coinvolge enti pubblici e privati e aziende operanti sul territorio, si colloca in un contesto di contrasto alle mafie e prevede un forte impegno nel campo delle energie rinnovabili.

Dal punto di vista finanziario, è autosostenibile in 20 anni". Come? "Su due terreni confiscati alle mafie – continua – uno a Pentadattilo, in provincia di Reggio Calabria, l’altro ad Assoro in provincia di Enna entro dicembre partiranno le centrali solari, con il sostegno di Banca Popolare Etica e della Beghelli, azienda produttrice di pannelli fotovoltaici e leader europea nel settore dell’innovazione tecnologica. Produrrano un megawatt". Confindustria Sicilia ha assicurato commesse. Un bando metterà poi a disposizione delle famiglie bisognose i pannelli e l’energia gratis. Diocesi e parrocchie siciliane doneranno altri terreni confiscati e installeranno i pannelli.

Il ricavato dal conto energetico, gli incentivi statali e la vendita del surplus prodotto, andrà alla Fondazione per l’inserimento dei 56 detenuti per 20 anni.

Sono prossimi alla scadenza della misura di sicurezza o con misura di sicurezza scaduta e in proroga, ed è previsto un piano personalizzato di inserimento sociale presso le famiglie d’origine o attraverso esperienze di affido etero-familiare, in appartamenti confiscati alle mafie o resi disponibili dalle Caritas diocesane. Oltre alla casa, gli ex-internati saranno seguiti in un percorso di cura personalizzato e progetteranno il proprio futuro assieme ai servizi dell’Ospedale psichiatrico giudiziario, del Dipartimento di Salute mentale della Asl di Messina e dell’Ufficio di esecuzione penale esterna del ministero della Giustizia. Verranno avviati al lavoro attraverso la rete di consorzi sociali Cgm di Calabria e Sicilia. Avranno infine un reddito minimo di 500 euro.

"Gli ex internati saranno impiegati nella realizzazione degli impianti del Parco diffuso fotovoltaico, nella manutenzione, nell’autocostruzione delle proprie case e in altri lavori che tengano conto delle loro personali competenze". Modello replicabile in altre parti d’Italia sul modello di queste eccellenza sociale del sud. Cariddi ha aperto porte che sembravano ermetiche.

 

 

 

 

12 Febbraio 2010

EMERGENZA CARCERI

Se la Salute resta fuori dal carcere

Carceri malate. Aids, tubercolosi, epatite B e C, disagio mentale sono patologie diffusissime nei penitenziari italiani. Colpa del sovraffollamento - oltre 65mila i detenuti con 300 ingressi settimanali - e della riforma sanitaria che stenta ad attuare il passaggio di competenze dalla Giustizia alla Sanità.

Occasione per fare il punto sulla salute nelle carceri italiane è il convegno sulla riforma sanitaria in ambiente penitenziario, organizzato a Regina Coeli. "La situazione se non è drammatica è certo molto pesante", spiega Evangelista Sagnelli, presidente della Società italiana di Malattie infettive e tropicali. "Non esistono studi mirati sulle malattie infettive, ma in base a una media nazionale possibile – dice – possiamo dire che circa il 40% dei detenuti è affetto da epatite C, il 6-7% da epatite B, il 2-3% da Hiv". Senza contare le malattie psichiatriche - "che colpiscono circa il 20% dei detenuti" - e le persone "reattive alla tubercolina, tra il 12 e il 16%, che non vuol dire avere la tubercolosi, ma essere comunque sensibili al bacillo".

Se lo stato di salute delle carceri è così grave, la colpa è anche di un sistema sanitario inadeguato. A un anno e mezzo dal suo varo, ancora non decolla l’attesa riforma che sposta le competenze dal ministero della Giustizia a quello della Sanità: lentezze burocratiche, trasferimenti a singhiozzo dei fondi dallo Stato alle Regioni e, soprattutto, disparità di trattamenti e disomogeneità sul territorio. Se nelle cinque regioni a statuto speciale la riforma ancora non è partita, perché si attende che le commissioni paritetiche, come richiede lo statuto, votino il trasferimento di competenze, in quelle ordinarie si procede a macchia di leopardo. Il problema più grosso è garantire un trattamento sanitario uguale per tutti, cittadini e detenuti, come spiega Santi Consolo, vice capo del Dipartimento amministrazione penitenziaria: "Quello che stiamo registrando è una diversità di capacità di risposte delle singole Regioni, con una disparità di mezzi a volte evidente anche tra Asl e Asl".

In attesa che il piano carceri del governo dia i suoi frutti, la popolazione carceraria aumenta a ritmi sempre più serrati. L’Osapp, sindacato di polizia penitenziaria, informa che "è passato da 200 a 300 reclusi a settimana (1.300 mensili) l’incremento delle presenze detentive". La rilevazione aggiornata al 10 febbraio indica in 65.720 i detenuti presenti. Il segretario generale Leo Beneduci spiega che "gli incrementi sono andati a pesare su sedi già eccedenti la capienza massima sostenibile: Emilia Romagna (554 detenuti in più), Veneto (+350), Lombardia (+348), Sicilia (+317) e Puglia (+259), a riprova che il sovraffollamento penitenziario oltre che dalle operazioni di polizia e dalle esigenze processuali, è anche frutto di scelte non eccessivamente coerenti nell’Amministrazione penitenziaria".

Luca Liverani

 

 

 

 

 

 

CORRIERE della SERA

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2010-02-13

 

 

 

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12 Gennaio 2010

L'EMERGENZA

Carceri, via libera del Cdm

al piano del governo

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al piano carceri e alla dichiarazione dello stato di emergenza nei sovraffollati penitenziari italiani (64.990 detenuti, a ieri, contro una capienza regolamentare di 44.066 posti). Il piano predisposto dal ministro della Giustizia Angelino Alfano prevede: lavori di edilizia penitenziaria con la costruzione di nuovi istituti e nuovi padiglioni per portare la capienza a 80mila posti; detenzione domiciliare ai condannati per reati non gravi ai quali resta da espiare un anno; assunzione di duemila agenti penitenziari.

"Ci saranno delle riforme di accompagnamento che atterranno il sistema sanzionatorio e che riguarderanno coloro che devono scontare un piccolo residuo di pena", ha spiegato Alfano.Misura, questa, che dovrebbe riferirsi alla possibilità per i detenuti con un residuo di pena di un anno di andare agli arresti domiciliari. Infine, il Guardasigilli ha annunciato un aumento di organico "oltre duemila unità" della polizia penitenziaria.

Richiesto lo stato di emergenza. Il governo, ha ricordato, ha "realizzato in 18-20 mesi con grandi sforzi 1.600 nuovi posti, nei dieci anni precedenti ne erano stati costruiti circa 1.600". Ma questo non basta. "Il governo ritiene assolutamente grave la situazione nelle carceri italiane", ha spiegato Alfano. Da qui la decisione di chiedere lo stato d'emergenza, "per intervenire con la dovuta immeditezza, urgenza ed efficacia". Per il Guardasigilli, "la situazione delle carceri non è solamente un indice statistico, ma anche e soprattutto nel nostro e in tutti i paesi democratici la cifra che ne segnala la civiltà democratica", ha insistito. Ecco perchè serve "una risposta organica" e "dobbiamo immaginare una strada diversa rispetto a quella percorsa in questi 60 anni di storia repubblicana che ha sempre fatto i conti con l'emergenza nelle carceri, con il sovraffollamento indivudando sempre la stessa risposta: provvedimenti di amnistia e indulto. Trenta nei 60 anni di storia repubblicana", ha ricordato.

"L'Europa sia coinvolta". Ora, quindi, "l'intero parlamento insieme al governo è chiamato a un bivio: se percorrere nuovamente la strada di questi 60 anni, sapendo che un provvedimento attenuerebbe il fenomeno ma all'inzio del 2012 saremmo nelle stesse condizioni".Oppure, e questa è la via indicata da Alfano, "avviare strada diversa, una politica che valorizzi il sistema sanzionatorio alternativo alla detenzione, che restituisca dignità al detenuto anche attraverso il lavoro nelle carceri". Alfano poi ha sottolineato l'importanza di una strategia che coinvolga la comunità internazionale, visto che il 37 per cento dei detenuti nelle carceri italiane è straniero. "Il detenuto in Italia ha già fatto pagare un costo nel giusto processo e dunque almeno il vitto e l'alloggio li può andare a scontare in patria", ha sottolineato, per questo "ho lanciato il tema di una competenza europea in materia di istituti didetenzione".

E per questo, ha riferito, "nel mio primo incontro con i parlamentari europei di tutti i partiti chiesto una risoluzione al parlamento europeo che tenesse conto di questo presupposto". Ora, ha proseguito, "registro con soddisfazione che il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che prevede l'intervento dell'Europa in materia carceraria". Non solo. "Nel programma di Stoccolma è stato inserito il tema delle carceri".

 

 

 

 

28 Luglio 2009

Prigioni al limite

Emergenza carceri. "Accordi

tra Paesi per svuotare le celle"

Vada pure per le nuove car­ceri, ma basterà? Le asso­ciazioni umanitarie e i sin­dacati continuano a battere sulla necessità di introdurre misure al­ternative alla detenzione. Il governo, invece, sembra avere un altro o­rientamento: secondo il sottosegre­tario alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati, l’ipotesi di lavoro che il Guardasigilli sta studiando con maggiore attenzione è quella degli accordi bilaterali per far scon­tare la pena agli stranie­ri nei loro Paesi d’origi­ne. Il primo approccio, con la Romania, l’anno scorso insieme al mini­stro dell’Interno Rober­to Maroni.

Sui tempi e sulle possibilità concre­te di portare a termine trattative del genere re­gna però la prudenza. In agenda, continua la se­natrice, è anche la prati­cabilità di "strutture più leggere per la custodia cautelare", distinte dun­que dalle prigioni vere e proprie. Sta di fatto che i dati riportati do­menica da Avvenire, riguardanti l’aumento dei suicidi in cella e il tra­bordare dei detenuti (64mila) ri­spetto alle capienze regolamentari (43mila), interpellano la politica e gli addetti ai lavori. La soluzione di medio periodo è nota: sul tavolo del ministro della Giustizia Angelino Al­fano giace un piano firmato da Franco Ionta, capo del Dipartimen­to dell’amministrazione peniten- ziaria e commissario straordinario per la gestione dell’emergenza.

Lo si conosce in termini generali: 1,5 mi­liardi di euro per circa 18mila nuo­vi posti letto, ottenuti con ristruttu­razioni, nuovi padiglioni da aggre­gare ad edifici già esistenti, una ven­tina di istituti da costruire e altri (meno di dieci) da completare. Il tut­to accompagnato da procedure d’urgenza per saltare qualche pas­saggio burocratico. Ma le domande sono tante. Usci­ranno i soldi per le nuove strutture? Al momento ci sono nel piatto cir­ca 400 milioni, e l’esecutivo aspetta una risposta forte dei privati. E poi, a nuovi posti-letto corrispondono nuove guardie, mentre dal 2001 - de­nuncia il Sappe, che rappresenta la polizia carceraria - il loro numero è calato di 5.500 unità: ci saranno i concorsi? "È un problema com­plesso ", ammette il sottosegretario.

Ma soprattutto, prevedendo che i cantieri - nonostante le 'corsie pre­ferenziali' - non apriranno a breve, gli addetti ai lavori si chiedono co­sa si può fare subito. I racconti dal­le prigioni sono impressionanti. In casi-limite ci sono dodici (e più) persone in dodici me­tri quadrati. Ovvero un me­tro quadro a testa. Si dorme a turni. I nuovi arrivati ripo­sano a terra, su materassi senza brandine. Godere de­gli spazi esterni e delle ore d’aria è difficile. Il turn-over tra chi entra e chi esce crea scompiglio. Così sale la ten­sione, si rischiano disordini ogni giorno. E capita che la disperazione prenda il so­pravvento, come dimostra­no i dati sui suicidi. Ecco allora tornare in auge le 'pene alternative' e il pro­posito di aggiornare la leg­ge- Gozzini dell’85. T

ra gli i­stituti innovativi il segreta­rio generale Sappe, Donato Capece, propone la 'messa in pro­va' di chi commette reati che non destano allarme sociale, i lavori so­cialmente utili senza ritorno not­turno in cella (ma con prelievo sul salario per ricompensare le vittime), la libertà su cauzione. E poi, un vec­chio pomo della discordia: il brac­cialetto elettronico, esperimento fallito nel 2001. Chi lo sostiene af­ferma però che la tecnologia è di­ventata più affidabile. Per il mo­mento, fa sapere la Casellati, non sono misure in valutazione. Ma non è detto che la chiusura sia definiti­va. In ogni caso il fronte che sostie­ne interventi immediati non desi­sterà: domani presenteranno le lo­ro proposte, in una conferenza stampa congiunta, penalisti, sinda­cati e associazioni.

Marco Iasevoli

 

 

 

 

11 Febbraio 2010

La geografia dell'emergenza

Carceri che scoppiano:

ecco le dodici regioni "fuorilegge"

Sale a 12 il numero di regioni "fuori legge" che ospitano un numero di persone detenute superiore al limite tollerabile. A lanciare l’allarme è il Sappe (sindacato di polizia penitenziaria) che, di fronte all’emergenza ormai cronica del sovraffollamento ha deciso di dare (letteralmente) i numeri: basterebbero infatti 118 arresti per raggiungere la soglia della capienza tollerabile dei nostri penitenziari, fissata a quota 64.111 presenze. Al 31 agosto infatti, nei penitenziari italiani erano rinchiuse 63.993 persone secondo una stima (sulla base di dati forniti dal Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria) elaborata dall’associazione Pianeta carcere. Con un aumento di oltre 25mila unità rispetto ai primi mesi del 2007.

Le celle scoppiano dalla Valle d’Aosta alla Campania, dal Friuli Venezia Giulia alla Liguria. E il numero di regioni in difficoltà è aumentato rispetto allo scorso luglio quando, sempre il Sappe, aveva lanciato l’allarme per 11 regioni. E se la situazione è particolarmente grave in Trentino Alto-Adige (368 detenuti e una capienza "tollerabile" di 294) o in Emilia Romagna (4.670 detenuti che si contendono i 3.796 posti tollerabili) non va meglio nelle Marche, in Puglia, in Lombardia, in Toscana, in Sicilia e in Veneto dove il rapporto fra il numero di detenuti e la soglia di tolleranza è stata raggiunta o superata di pochi punti percentuali. "Tutte le altre regioni hanno comunque superato ampiamente la capienza regolamentare – commenta Donato Capece, segretario del Sappe – quella cioè per cui si è stimato che un carcere possa funzionare correttamente seguendo i dettami della nostra Costituzione".

E, prosegue Capece, il compito di vigilare su una massa sempre più imponente di persone ricade sulle spalle degli agenti di polizia penitenziaria. I cui organici sono in sofferenza per la carenza di quasi seimila unità. A fronte dei 41.268 agenti previsti all’interno degli istituti di pena, poco più di 35mila (pari all’85%) sono effettivamente presenti.

Una carenza concentrata soprattutto nelle regioni del Centro-Nord: in Liguria, ad esempio, servirebbero 1.264 agenti a fonte di una presenza di 858 unità, mentre in Emilia Romagna (a fronte di una gravissima situazione di sovraffollamento) mancano all’appello 665 agenti. Al contrario si registrano alcune realtà in cui il numero di uomini in servizio è addirittura superiore al fabbisogno come in Molise (per 281 agenti previsti sono in servizio in 372) o in Puglia (in 2.718 per fare il lavoro richiesto a 2.530 persone).

Il settore penitenziario è l’ultimo anello della giustizia e "se questo settore è al collasso, come i dati dimostrano ampiamente – aggiunge il segretario del Sappe –, significa che qualunque provvedimento a monte verrà "avvertito" in carcere solo dopo alcuni mesi". Il sindacato di polizia ha rinnovato quindi il suo appello "al ministro Alfano e a tutti i parlamentari", soprattutto quelli che hanno potuto toccare con mano la realtà degli istituti di pena in occasione dell’iniziativa "Ferragosto in carcere", di impegnarsi a trovare una soluzione al sovraffollamento "entro cento giorni dalla visita di Ferragosto. I primi 15 giorni sono già passati".

 

 

 

 

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